Ici en Suisse…..Laggiù
Da “Ici en Suisse…..Laggiù”
Roma, Borla
“Seul est mien
le pays qui habite dans mon âme”
M-Chagall
Introduzione generale
Rispondere alla domanda – quale terra sento mia – è molto difficile. 1 miei geni- tori* ini hanno insegnato l’Italiano e il Francese fin da piccolo. In Svizzera ho molti dei miei amici, ma in Italia ho anche tanti altri buoni amici. Quando sono in Italia mi sento più rilassato. però durante le vacanze in Italia ho l’impressione che i miei amici di là mi considerino come “svizzero”. Gli italiani però sono più bravi nel calcio, e quindi sono tifoso della Yuve. In conclusione, forse preferisco l’Italia perché là mi ci trovo sempre nel periodo delle vacanze. A pensarci bene, se partissi definitivamente per l’Italia, mi sentirei forse perso. I miei studi li ho fatti in Svizzera. Inoltre in Italia la mancanza di lavoro è più grave che in Svizzera. può darsi però che da vecchio mi piacerebbe molto di più l’Italia (come sento dire da mio padre). e ciò mi fa sentire in questa situazione di dubbio.
Jonny -3a Media Lausanne
Avrei un debole per la Svizzera perché si vive meglio, ma l’Italia è il paese che mi piace di più. Andrei in Italia perché gli abitanti sono più solidali tra loro, la gente è più calorosa, la vita è più allegra, bella. Non è come la Svizzera, dove è preordinata. Si lavora si mangia si dorme: questa è la vita di un operaio come gi altri. Quando si vede la faccia di un italiano, ha sempre il sorriso, allora che quella di uno svizzero pare triste (non tutti, ma la più parte, e quelli di una certa età). Qui . mi . sento solo perché non ho parenti. In conclusione quando penso al lavoro, voglio restare in Svizzera, quando penso ai divertimenti e alla gente vorrei andare a vivere in Italia.
Antonio-3a Media Lausanne
Quando sono in Italia ricordo prima di tutto la mia casa. Qualche volta, quando mi annoio, penso alle mie compagne di classe e a tutti i parenti che non sono partiti in vacanze perché dovevano lavorare. È strano, ma qualche volta penso alla mia gatta Quando guardo le strade sporche del mio paese rimpiango la pulizia di Ecublens. A parte questo non rimpiango niente.
Patrizia – 3a Media Ecublens
La paura di sentirsi persi una volta rientrati in Italia, la paura di non trovare lavoro nel paese d’origine, di non conoscere bene il paese stesso, perché ci vanno solo in vacanza, è un sentimento presente, con sfumature diverse, nei testi scritti e nelle conversazioni con questi adolescenti italiani, immigrati di 2° generazione nel Canton Vaud. Ma c’è anche il desiderio di avere una terra propria come punti di riferimento, insieme all’amore per la piazza, la vita nelle strade, e ancora il bisogno di calore, di avere accanto i parenti, gli amici.
Domina sempre nell’evocazione l’immagine del mare, poi del sole, e la campagna con le figure dei nonni. Sono tutte immagini legate ad una esigenza di maggiore libertà e affettività. Ma altrettanto forte e generalizzato è l’apprezzamento per l’organizzazione dei servizi, per l’ordre e il propre cui sono abituati nella vita quotidiana in Svizzera.
Proprio questa ricchezza e complessità di atteggiamenti ci ha stimolato ad una osservazione e ad un ascolto più attenti, per capire meglio. Nei loro discorsi, di cui abbiamo dato all’inizio brevi esempi, ma di cui è ricca l’Appendice, abbiamo innanzitutto rilevato una capacità critica nel guardare la loro realtà e comunicarla che ci ha sorpreso. Nelle loro parole troviamo chiare tutte le problematiche che la migrazione comporta nel vissuto individuale e familiare. Dietro l’inquietudine dei figli c’è il nodo originario: il distacco dei padri dal territorio d’origine, la rottura di legami profondi, ma anche l’ansia di una vita nuova per sé e i figli, i tentativi di integrazione ad un territorio nuovo, annodando con fatica giorno per giorno relazioni nuove con la gente, il lavoro, ridisegnando i percorsi quotidiani e abituandosi a diversi ritmi temporali.
L’esperienza dei padri è stata come assorbita dai figli, e traspare dalle loro esperienze e dai loro discorsi, ma al tempo stesso se ne distaccano, per costruire le loro relazioni, i loro percorsi. Nelle parole di questi ragazzi possiamo cogliere veramente il peso, la fatica delle scelte che l’individuo deve operare per costruire via via relazioni positive con il territorio di vita quotidiana. Emergono altresì con forza valori quali la famiglia, l’amicizia, la gioia di interagire con gli altri, nella piazza, lungo il viale, nel mercato, nel partecipare ai giochi delle feste collettive per il S. Patrono, alle chiacchiere allegre, alle ore di sport: è veramente il provare piacere insieme che investe gli spazi e le azioni di una connotazione positiva. La riprova dell’importanza della relazione sta in un apprezzamento particolare per la capacità di condividere i dolori, la presenza che dura giorni dopo un lutto per non lasciare solo chi soffre: la famiglia ti consola, dice un’alunna raccontando una sua esperienza, e nella famiglia c’è tutta la famiglia allargata, i legami di parentela che arrivano ad abbracciare tutto il paese.
Ed è ancora importante per questi adolescenti la possibilità di condividere i segreti intimi, le cose segrete, che non riscontrano negli svizzeri, che sono chiusi e si tengono le cose dentro.
L’esplicitazione chiara dei loro desideri e delle paure, l’interiorizzazione di certi valori legati alla famiglia, toccano il nucleo più profondo del senso stesso dell’esistenza umana.
Dice con convinzione M.Elisa a proposito dei progetti per una eventuale scelta definitiva del proprio luogo di vita:
……..dipende… perché se sarei sposata e mio marito vuole restare in Svizzera
resterò in Svizzera. Se mio marito decide di partire , partirò con lui.
E Jonny riflette:
Mi piace vivere in Svizzera […. Ma in vecchiaia forse mi piacerebbe molto più l’Italia, (come sento dire sempre da mio padre).
A volte risaltano aspetti esasperati propri del vissuto migratorio, in cui traspare ad esempio la rabbia delle umiliazioni subite dai padri e sperimentate in proprio, con l’ansia del riscatto. Luca illustra le sue vacanze ideali sotto forma di sogno:
Avevo soniato che cerano dei grace-zielo e che io habitavo nel grace-zielo che aveva 10.000 piani..
……E avevo una casa che faceva 20 kilometri e o schiavi 10 e avevo un garage per mettere i 2 cani. Dopo facevo il cascador e passavo alla televisione e io ero il eroe e tutti mi applaudiva.
Dietro il primo sorriso di fronte alla ingenuità delle immagini, il messaggio è drammatico, e gli errori linguistici ci hanno spinto a comprendere il valore delle interferenze, al di là dell'analisi contrastiva tra la lingua italiana e il francese, per migliorare l'apprendimento di entrambe.
Questo nucleo di affetti e valori è proprio di ogni individuo, indipendentemente dal paese d'origine, che affronta volontariamente, ma comunque soggetto a condizionamenti più o meno forti e di diversa natura, l'avventura di lasciare la propria terra, per ritrovare altrove la possibilità di soddisfare innanzitutto i bisogni primari. Sente l'esigenza interiore di entrare in relazione con l'alterità e l'esteriorità nuove, ma sente anche che non deve rinnegare quelle del passato, a rischio di perdite pericolose a livello dell'identità.
L'emigrazione è uno dei fenomeni sociali che mette veramente a nudo le modalità di relazione tra l'uomo e il territorio di vita: è il caso limite che fa emergere, come verificheremo attraverso le successive riflessioni, la forza dei mediatori di questa relazione: l'energia-lavoro, le idee, le tecniche, la lingua, l'informazione, e le strategie che l'uomo riesce ad attuare per ricrearsi un punto di riferimento spaziale e spirituale al suo agire. Al termine spirituale diamo un'accezione globale, comprensiva di quei valori che danno significazione alle azioni quotidiane, alle scelte legate all'affettività, alla progettualità, anche attraverso le dimensioni della memoria e del sogno.
Tra il qui e il laggiù: una relazione circolare
Nei discorsi di questi adolescenti c'è una circolarità fatta di rimandi continui tra il qui, in Svizzera e il là, laggiù, ma questa opposizione rientra in un confronto a livelli diversi,
per cui la circolarità si configura come un disegno a rete: c'è la ricerca insistente, articolata, di relazionarsi agli oggetti, alla natura, agli amici di scuola e a quelli di laggiù. La circolarità emersa a livello linguistico è dunque la traccia del lavoro interiore della memoria e dell'immaginario. Nelle loro descrizioni gli spazi diventano sempre luoghi, cioè mai neutri, in quanto connotati da esperienze convissute. La loro vita ha diversi punti di riferimento spaziali e relazionali, a volte contrastanti, per questo si disorientano, ma è una vita più ricca. La loro ricerca di integrazione appare meno rinunciataria di fronte alle difficoltà rispetto all'esperienza dei padri, pur tenendo conto delle situazioni soggettive.
C'è sempre una presa di coscienza dei problemi, anch'essa superiore a quella dei padri. La consapevolezza non porta di per sé alla soluzione dei problemi che devono affrontare nel paese d'accoglienza, in particolare quelli a carattere socio-economico, ma, se guidata, può incidere sulle scelte e sulla qualità delle interazioni stesse.
Nella circolarità di rimandi tra il qui quotidiano e il laggiù i punti di riferimento forti si stemperano: l'attenzione non è puntata con nostalgia sul passato in un confronto inevitabile, né su un futuro da costruire in funzione del passato (ritorno al paese d'origine, presente già nel progetto migratorio dei
Padri). I ragazzi di seconda generazione mostrano di avere gli strumenti concettuali adeguati per leggere la realtà che li circonda: aumentano perciò gli elementi che entrano nel confronto, rendendo più complesso il loro mondo interiore e le scelte per il futuro.
In questo contrasto tra un Qui e un Laggiù che si riflettono , la circolarità a livello linguistico traduce i giochi della memoria e dell’immaginario rivolti ad un altrove ed un lontano rispetto ai luoghi del presente, troviamo inoltre somiglianze interessanti con un altro tipo di vissuto migratorio, quello dei popoli nomadi. Per i nomadi il migrare stesso dà senso al rapporto con la natura, gli uomini e gli animali: attraverso la poesia orale, poi codificata in testi scritti, scopriamo punti di riferimento diversi, legati al presente immediato, dal quale prende avvio l'evocazione del percorso già fatto. Così nelle Mu'Allaqat arabe preislamiche il sentimento del poeta, portavoce di tutto il gruppo, pervade ogni dettaglio. I fili d'erba assumono dimensioni dilatate:
Intanto che le foglie delle rughette si ergono, si riproducono
sui fianchi della valle le gazzelle e gli struzzi.
Labtd
Mentre si avvicinano, attraverso un linguaggio quotidiano, le cime degli alberi e le stelle:
O che notte, era come se le stelle
fossero fissate con legacci alla montagna di Yabdbul,
era come se le Pleiadi, immobili al loro posto,
fossero legate con corde di lino a solide rocce.
Imru'-Qays
Il nomade acuisce la ricettività alla significanza del mondo che lo circonda, e la trasforma in risonanza nelle sue parole. Il luogo vuoto dopo la partenza appare ancora altamente significante per i segni lasciati dalla passata frequenza, come se la terra trattenesse dei tatuaggi perenni. Il disegno sulle dune dell’ accampamento lasciato resta indelebile nel ricordo del poeta, non cancellato neppure dallo scirocco e dalla tramontana.che lo hanno intessuto.
appare ancora altamente significante per i
Sono modalità descrittive che ritroviamo nelle espressioni di questi alunni, quando ricordano il paese d’origine: di cor
quando ricordano il paese d'origine:
Il mio paese si chiama Bellosguardo. Quando chiudo gli occhi la prima cosa porsi i
che vedo sono le vecchie case che sono tutte vicine le une alle altre. pre h2
Laura- Y Ecublens
O quando descrivono la campagna coi nomi dei singoli tipi di alberi, o i percorsi quotidiani:
Se chiudo gli occhi... vedo il mio nonno che lavora i campi, vedo gli alberi di fico, di noce, di cachi, di uva e di pere, ...vedo la mia zia e me che cogliamo i funghi.
Patrizia- I' Ecublens
La prima immagine che vedo di Bisaccia è una vigna con dell'uva nera. Vedo anche un asino con il pelo marrone, una vecchia casa in montagna, la piazza con il mercato...
Oliviero-2° Losanna
Sono più vicini ai nomadi nell'attenzione vigile ai dettagli, nel riconoscere importanza soprattutto alle relazioni, quelle che intessono nella vita quotidiana, senza perdere quelle già acquisite e consolidate dalla affettività.
il viale... è una cosa sacra perché è lì che tutti i giovani vanno a passeggiare la sera. L.] Vedo il mare e tutti gli amici al bar che stanno giocando a carte, il mio cugino su la sua vespa.
Teresa- Y Ecublens
Vedo un grande prato verde con degli alberi che si trova più in su di Venzone. Dove io e mia cugina andiamo a giocare.
Katia- Y Ecublens
D’altra parte la mancanza di punti di riferimento precisi, rilevata nei primi testi citati dei ragazzi, è una affermazione implicita dell’esigenza di avere punti di riferimento chiari, per sentirsi partecipi di un contesto in cui le azioni individuali acquistano un valore attraverso il senso condiviso. Quel sentirsi perduti, che è spaziale e insieme relazionale, corrisponde all’esigenza di sapere dove si sta e dove si vuole andare, riconoscendo i luoghi fatti propri, dove il dare e il ricevere rispondono ad un principio che va oltre la tolleranza e stessa solidarietà: è l’accoglienza. Accogliere vuol dire infatti condividere lo spazio ed accettare chi entra per quello che è.
Alla ricerca di una territorializzazione: l’esigenza di lasciare tracce
Un ultimo aspetto su cui riflettere a proposito del tema dominante del lavoro, delle effettive possibilità che condizionano le scelte e generano inquietudine. Attraverso l’esperienza condivisa con questi ragazzi e quindi i loro discorsi, abbiamo colto il loro desiderio di essere protagonisti del processo personale di costruzione dei rapporti col territorio, cioè di lasciare tracce di sé, della propria presenza, esperienza che forse non vedono realizzata dai padri nel presente, tutti presi per necessità a quel mangiare lavorare dormire in funzione di una traccia di sé da lasciare laggiù e domani.
Questo voler lasciare tracce di sé, a ben riflettere, ci sembra la forma più alta di comunicazione, di manifestazione di sé, in quanto segno visibile del compiacimento nell’esprimersi. Certo, si comunica per il fatto stesso di esistere, di mostrarsi ad un soggetto osservante, ma il compiacimento si realizza nel porsi con una modalità attiva rispetto l’alterità, lasciando tracce che da sempre hanno costituito l’espressione del piacere di vivere e il desiderio di prolungare la vita stessa: le scoperte, le idee. L’amore e la procreazione, ogni espressione del lavoro e dell’arte, fino ai monumenti celebrativi di un potere che vuole perpetuarsi nel tempo.
Ma già il ricordo di sé è segno di aver saputo comunicare in modo attivo, di avere lasciato una traccia, e poiché anche i luoghi e le cose comunicano, verificheremo quanto sia importante il ruolo della memoria nel vissuto di questi adolescenti, seppure con modalità peculiari rispetto alla prima generazione.
L’analisi dei bisogni, delle inquietudini per il futuro, dei giochi della memoria di questi adolescenti ci aiuta nello stesso tempo a capire meglio il dramma dell’emigrante di l’generazione, costretto ad un comunicare passivo, deprivato del compiacimento di lasciare tracce espressive di sé, fin tanto che non riesce ad integrarsi nel nuovo ambiente di vita, emarginato da quel processo di intersoggettività che costruisce la trama del fare collettivo del gruppo, dunque di quel relazionarsi reciproco che è invece presente, anche se a volte conflittuale, nella quotidianità complessa dei figli. Il migrante di P generazione si sente perso in questo altrove rispetto al luogo di partenza, che costituisce comunque per lui un punto di riferimento sicuro, anche se cambierà anch’esso attraverso le nuove esperienze di vita.
I.Calvino, nelle Città invisibili (1972), osserva infatti che «Il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva di avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti».
Ma il livello di consapevolezza di questo cambiamento spesso manca a chi emigra per necessità e non solo per curiosità di conoscenza, e rende più difficili le interazioni, quindi l’accoglienza, come pure l’eventuale reintegrazione nel luogo d’origine.
Tutta la ricerca è per questo motivata dal desiderio di aumentare nei figli la consapevolezza della loro situazione, analizzandola attraverso le loro parole, appartenenti ad un italiano con influenze dialettali e interferenze francesi, specchio della complessità del loro vissuto.
In tempi di irrigidimento dei confini, della difesa dei particolarismi, forse per paura di non essere adeguatamente riconosciuti e rispettati, ci è parso utile il contributo di un progetto educativo che prende avvio dalla descrizione di una mappa della loro territorialità, attraverso l’analisi delle pratiche quotidiane. Un progetto educativo che coinvolge anche i coetanei autoctoni, in quanto spetta loro il compito non meno difficile di predisporsi ad accogliere, a condividere con questi adolescenti il loro spazio, convinti che ciò porterà ad un arricchimento reciproco.
Consideriamo l’esperienza di insegnamento agli adolescenti di 2a generazione nel CV una lezione da meditare, affrontando con gli strumenti della ricerca scientifica la fase di descrizione, al fine di interpretare, per comprenderli, fatti e comportamenti, per una progettazione educativa coerente alla visione dell’uomo considerato nella sua globalità di psiche-corpo, e nella realtà complessa in cui vive.
Il titolo : Ici en Suisse… laggiù
Abbiamo scelto come titolo della ricerca due piccoli frammenti di frasi, ricorrenti nel linguaggio quotidiano condiviso con questi adolescenti, perché ci sembrano simbolizzare il concetto-guida della ricerca stessa, cioè la stretta relazione tra linguaggio e realtà vissuta sul territorio.
Sono parole che indicano, denominano degli spazi che, in virtù della loro denominazione, acquistano una realtà, che è soggettiva e intersoggettiva, in quanto comunicabile (Berger e Luckmann 1969). Le diverse modalità di nominare il paese d’origine e i luoghi della quotidianità rivelano come la realtà viene esperita, vissuta (Copeta 1993).
Se è vero che si vede con gli occhi del corpo ed insieme con quelli della mente, e che il vedere è in funzione delle nostre esperienze precedenti, come ci fa osservare M. Ponty (1979), il Laggiù connota una realtà diversa dall’Ici, en Suisse, o Ici à Ecublens, aldilà dell’uso di un codice diverso, quasi che i luoghi, attraverso la parola, si rivestano di quell’affettività che accompagna la conoscenza umana, anche quando apparentemente non emerge.
I discorsi riportati dai ragazzi, i nostri dialoghi, disegnano paesaggi del presente e della memoria, rappresentazioni soggettive ma nutrite dalle relazioni di ognuno con gli elementi fisici di quel luogo, con le persone, e pertanto frutto di quell’intersoggettività che dà significato all’esperienza e connota anche un tempo intersoggettivo, cioè un divenire che è un andare verso, ma soprattutto un andare con, che presuppone cioè la categoria della relazione con le cose e le persone (Dallari, 1983).
I brevi scritti sulle vacanze ideali assumono invece il carattere del sogno ad occhi aperti, della fantasticheria, di quella che G. Bachelard chiama réverie, la quale rappresenta il recupero del tempo soggettivo (Dallari, 1990, pp. 97-102). Anch’esso «ha bisogno di materiali, se non di contenuti, desunti dal suo essere nel mondo, dal ricordo dei rapporti con le persone e con le cose», ma in esso si introduce la capacità- possibilità di « determinare l’uso del tempo come operazione di libertà (assenza di condizionamento della relazione contingente) di combinare questi materiali come viene suggerito da pulsioni del tutto interiori» (Dallari, o.c. p. 98). L’analisi di questi discorsi, semantica nella prima fase, ha permesso di acquisire informazioni preziose sulle pratiche della vita quotidiana del nostro campione, ma lungo il percorso della ricerca ci ha reso consapevoli dell’importanza di certe marche formali, che diventavano tracce delle operazioni interiori del soggetto, legate ai comportamenti assunti nella realtà. Abbiamo allora allargato il campo d’indagine alle interazioni verbali: l’approccio enunciativo ha permesso di evidenziare, attraverso il gioco dello scambio, alcune marche formali e tratti prosodici (pause, interiezioni, cambiamenti di tono e intensità) indici di determinati atteggiamenti affettivi verso il territorio quotidiano e quello del laggiù. Abbiamo anche sottolineato le strategie dei coenunciatori, nel nostro caso l’allievo e io stessa, per realizzare la co-costruzione del discorso.
Pertanto l’analisi linguistica ha acquisito via via un valore funzionale alla verifica delle ipotesi di base, ma ancora più, si è rivelata essa stessa uno stimolo per formulare altre ipotesi.
Un prolungamento didattico
Questo lavoro di ricerca è divenuto parte integrante di un progetto educativo, che ha l’obiettivo di facilitare la consapevolezza della propria realtà personale, attraverso la rielaborazione, mediante la parola, delle proprie esperienze.
Per questo è significativo anche l’elemento della réverie, della “Immagine sognante”, che in alcuni ha preso i connotati di un vero e proprio tempo onirico, quindi di un tempo “oggettivo”, proprio perché permette di “pensare in maniera sintetica, analitica, trasversale, magica, la propria vita” (Dallari, ibidem), e quindi offre lo spazio alla progettualità, fa cogliere gli intimi desideri e dunque da una significazione maggiore alla vita stessa, in un certo senso una nuova energia. Nella rielaborazione di queste réveries e nei caratteri diversificati che esse presentano tra ragazzi italiani e svizzeri, si verifica infatti quanto in certi vissuti si infiltrino
drammaticamente certe -mancanze di -che caratterizzano la vita quotidiana.
E stato necessario analizzare prima le conseguenze del fenomeno migratorio sul tessuto relazionale , scegliendo dei concetti strutturanti nella vasta letteratura sull’argomento, per comprendere meglio la specificità della seconda generazione e le variabili che concorrono a disegnarne la complessità., attraverso una osservazione partecipante durante la pratica didattica.
Obiettivo è la comprensione del rapporto esistente tra il vissuto, espresso da questi adolescenti (il campione è costituito dagli allievi dei corsi di lingua e letteratura italiana dalla VI alla IX o altri indirizzi per pari età durante quattro anni scolastici e un successivo campione di controllo) e il loro territorio di vita, che è duplice, quello del paese d’accoglienza, e quello del loro immaginario quotidiano, anch’esso espressione del loro rapporto con l’esteriorità (luoghi del “qui” e del “laggiù”) e l’alterità( famiglia, coetanei italiani e non, gli adulti dell’extra-scuola).
Il lavoro nel suo insieme si fonda su un’ipotesi di ricerca, per la quale il contesto linguistico permette, attraverso l’analisi delle tracce formali presenti nel linguaggio, unitamente ai tratti prosodici nei dialoghi orali, di cogliere le difficoltà e le contraddizioni comportamentali che contraddistinguono il processo di socializzazione e di territorializzazione di questi adolescenti.
Questa ipotesi, di un legame basilare tra linguaggio e comportamento sociale, si prolunga naturalmente nel campo della didattica, attraverso l’idea che la valorizzazione della lingua materna insieme allo studio di quella della regione di accoglienza, costituisce la prima tappa di una integrazione sociale effettiva.
La scelta di un approccio fenomenologico, a livello di concettualizzazione, e partecipante a livello operativo, privilegiando in entrambi una visione olistica, cioè globale dell’uomo, conduce ad una riformulazione del mondo relazionale e del suo ruolo nella formazione dell’identità, che pone i differenti piani dell’esistenza in una prospettiva di reciprocità, per cui la dimensione onirica dell’immaginario assume un valore positivo, insieme alla considerazione della corporeità, all’interno delle pratiche concrete spazio-temporali e dei rapporti sociali. Questo tipo di approccio ci sembra suscettibile ad apportare conoscenze nuove e risultati forse inattesi.
Le riflessioni degli ultimi capitoli ci aprono ad una prospettiva pragmatica di una educazione nuova, fondata sulla comprensione della diversità, come elemento fondante della vita stessa, e della sua accettazione.
Questo itinerario educativo può dare ai giovani gli strumenti adeguati per confrontarsi con gli altri in un dialogo paritario, senza pregiudizi, attraverso un lavoro graduale ma continuo di presa di coscienza di sé, come unità di psiche-corpo, e del proprio contesto esistenziale: dove mi trovo e con chi, e dunque storico, per poter scegliere quale direzione prendere: dove io voglio andare
Da queste riflessioni nasce anche una visione nuova della Geografia, che dovrebbe acquisire il ruolo di disciplina di base, perché offre gli strumenti concettuali per esistere e fare progetti, attraverso la presa di coscienza del binomio uomo-ambiente.


