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Ici en Suisse…..Laggiù

Da “Ici en Suisse…..Laggiù”

Roma, Borla

Seul est mien

le pays qui habite dans mon âme”

M-Chagall

Introduzione generale

Rispondere alla domanda – quale terra sento mia – è molto difficile. 1 miei geni- tori* ini hanno insegnato l’Italiano e il Francese fin da piccolo. In Svizzera ho molti dei miei amici, ma in Italia ho anche tanti altri buoni amici. Quando so­no in Italia mi sento più rilassato. però durante le vacanze in Italia ho l’impres­sione che i miei amici di là mi considerino come “svizzero”.   Gli italiani però so­no più bravi nel calcio, e quindi sono tifoso della Yuve. In conclusione, forse preferisco l’Italia perché là mi ci trovo sempre nel periodo delle vacanze. A pen­sarci bene, se partissi definitivamente per l’Italia, mi sentirei forse perso. I miei studi li ho fatti in Svizzera. Inoltre in Italia la mancanza di lavoro è più grave che in Svizzera. può darsi però che da vecchio mi piacerebbe molto di più l’Ita­lia (come sento dire da mio padre). e ciò mi fa sentire in questa situazione di dubbio.

Jonny -3a Media Lausanne

Avrei un debole per la Svizzera perché si vive meglio, ma l’Italia è il paese che mi piace di più. Andrei in Italia perché gli abitanti sono più solidali tra loro, la gente è più calorosa, la vita è più allegra, bella. Non è come la Svizzera, dove è preordinata. Si lavora si mangia si dorme: questa è la vita di un operaio come gi altri. Quando si vede la faccia di un italiano, ha sempre il sorriso, allora che quella di uno svizzero pare triste (non tutti,  ma la più parte, e quelli di una cer­ta età). Qui . mi . sento solo perché non ho parenti. In conclusione quando penso al lavoro, voglio restare in Svizzera, quando penso ai divertimenti e alla gente vorrei andare a vivere in Italia.

Antonio-3a Media  Lausanne

Quando sono in Italia ricordo prima di tutto la mia casa. Qualche volta, quan­do mi annoio, penso alle mie compagne di classe e a tutti i parenti che non so­no partiti in vacanze perché dovevano lavorare. È strano, ma qualche volta penso alla mia gatta Quando guardo le strade sporche del mio paese rimpiango la pulizia di Ecublens. A parte questo non rimpiango niente.

Patrizia – 3a Media Ecublens

La paura di sentirsi persi una volta rientrati in Italia, la paura di non trovare lavoro nel paese d’origine, di non conoscere bene il paese stesso, perché ci van­no solo in vacanza, è un sentimento presente, con sfumature diverse, nei te­sti scritti e nelle conversazioni con questi adolescenti italiani, immigrati di  2° generazione nel Canton Vaud. Ma c’è anche il desiderio di avere una terra propria come punti di riferimento, insieme all’amore per la piazza, la vita nelle strade, e ancora il bisogno di calore, di avere accanto i parenti, gli amici.

Domina sempre nell’evocazione l’immagine del mare, poi del sole, e la campagna con le figure dei nonni. Sono tutte immagini legate ad una esigenza di maggiore libertà e affettività. Ma altrettanto forte e generalizzato è l’apprez­zamento per l’organizzazione dei servizi, per l’ordre e il propre cui sono abi­tuati nella vita quotidiana in Svizzera.

Proprio questa ricchezza e complessità di atteggiamenti ci ha stimolato ad una osservazione e ad un ascolto più attenti, per capire meglio. Nei loro di­scorsi, di cui abbiamo dato all’inizio brevi esempi, ma di cui è ricca l’Appen­dice, abbiamo innanzitutto rilevato una capacità critica nel guardare la loro realtà e comunicarla che ci ha sorpreso. Nelle loro parole troviamo chiare tutte le problematiche che la migrazione comporta nel vissuto individuale e familiare. Dietro l’inquietudine dei figli c’è il nodo originario: il distacco dei padri dal territorio d’origine, la rottura di legami profondi, ma anche l’ansia di una vita nuova per sé e i figli, i tentativi di integrazione ad un territorio nuovo, annodando con fatica giorno per giorno relazioni nuove con la gente, il lavoro, ridisegnando i percorsi quotidiani e abituandosi a diversi ritmi temporali.

L’esperienza dei padri è stata come assorbita dai figli, e traspare dalle loro esperienze e dai loro discorsi, ma al tempo stesso se ne distaccano, per co­struire le loro relazioni, i loro percorsi. Nelle parole di questi ragazzi possia­mo cogliere veramente il peso, la fatica delle scelte che l’individuo deve ope­rare per costruire via via relazioni positive con il territorio di vita quotidiana. Emergono altresì con forza valori quali la famiglia, l’amicizia, la gioia di in­teragire con gli altri, nella piazza, lungo il viale, nel mercato, nel partecipare ai giochi delle feste collettive per il S. Patrono, alle chiacchiere allegre, alle ore di sport: è veramente il provare piacere insieme che investe gli spazi e le azioni di una connotazione positiva. La riprova dell’importanza della relazio­ne sta in un apprezzamento particolare per la capacità di condividere i dolo­ri, la presenza che dura giorni dopo un lutto per non lasciare solo chi soffre: la famiglia ti consola, dice un’alunna raccontando una sua esperienza, e nella famiglia c’è tutta la famiglia allargata, i legami di parentela che arrivano ad abbracciare tutto il paese.

Ed è ancora importante per questi adolescenti la possibilità di condividere i segreti intimi, le cose segrete, che non riscontrano negli svizzeri, che sono chiusi e si tengono le cose dentro.

L’esplicitazione chiara dei loro desideri e delle paure, l’interiorizzazione di certi valori legati alla famiglia, toccano il nucleo più profondo del senso stesso dell’esistenza umana.

Dice con convinzione M.Elisa a proposito dei progetti per una eventuale scelta definitiva del proprio luogo di vita:

……..dipende… perché se sarei sposata e mio marito vuole restare in Svizzera

resterò in Svizzera. Se mio marito decide di partire , partirò con lui.

E Jonny riflette:

Mi piace vivere in Svizzera […. Ma in vecchiaia forse mi piacerebbe molto più l’Italia, (come sento dire        sempre da mio padre).

A volte risaltano aspetti esasperati propri del vissuto migratorio, in cui traspare ad esempio la rabbia delle  umiliazioni subite dai padri e sperimentate in proprio, con l’ansia del riscatto. Luca illustra le sue vacanze ideali sotto forma di sogno:

Avevo soniato che cerano dei grace-zielo e che io habitavo nel grace-zielo che aveva 10.000 piani..

……E avevo una casa che faceva 20 kilometri e o schiavi 10 e avevo un garage per mettere i 2 cani. Dopo facevo il cascador e passavo alla televisione e io ero il eroe e tutti mi applaudiva.

Dietro il primo sorriso di fronte alla ingenuità delle immagini, il messaggio è drammatico, e gli errori linguistici ci hanno spinto a comprendere il valore delle interferenze, al di là dell'analisi contrastiva tra la lingua italiana e il francese, per migliorare l'apprendimento di entrambe.

Questo nucleo di affetti e valori è proprio di ogni individuo, indipendente­mente dal paese d'origine, che affronta volontariamente, ma comunque sog­getto a condizionamenti più o meno forti e di diversa natura, l'avventura di lasciare la propria terra, per ritrovare altrove la possibilità di soddisfare in­nanzitutto i bisogni primari. Sente l'esigenza interiore di entrare in relazione con l'alterità e l'esteriorità nuove, ma sente anche che non deve rinnegare quelle del passato, a rischio di perdite pericolose a livello dell'identità.

L'emigrazione è uno dei fenomeni sociali che mette veramente a nudo le mo­dalità di relazione tra l'uomo e il territorio di vita: è il caso limite che fa emergere, come verificheremo attraverso le successive riflessioni, la forza dei mediatori di questa relazione: l'energia-lavoro, le idee, le tecniche, la lingua, l'informazione, e le strategie che l'uomo riesce ad attuare per ricrearsi un punto di riferimento spaziale e spirituale al suo agire. Al termine spirituale diamo un'accezione globale, comprensiva di quei valori che danno significa­zione alle azioni quotidiane, alle scelte legate all'affettività, alla progettualità, anche attraverso le dimensioni della memoria e del sogno.

Tra il qui e il laggiù: una relazione circolare

Nei discorsi di questi adolescenti c'è una circolarità fatta di rimandi continui tra il qui, in Svizzera e il là, laggiù, ma questa opposizione rientra in un confronto a livelli diversi,

per cui la circolarità si configura come un disegno a rete: c'è la ricerca insistente, articolata, di relazionarsi agli oggetti, alla natu­ra, agli amici di scuola e a quelli di laggiù. La circolarità emersa a livello lin­guistico è dunque la traccia del lavoro interiore della memoria e dell'immaginario. Nelle loro descrizioni gli spazi diventano sempre luoghi, cioè mai neu­tri, in quanto connotati da esperienze convissute. La loro vita ha diversi pun­ti di riferimento spaziali e relazionali, a volte contrastanti, per questo si diso­rientano, ma è una vita più ricca. La loro ricerca di integrazione appare me­no rinunciataria di fronte alle difficoltà rispetto all'esperienza dei padri, pur tenendo conto delle situazioni soggettive.

C'è sempre una presa di coscienza dei problemi, anch'essa superiore a quella dei padri. La consapevolezza non porta di per sé alla soluzione dei problemi che devono affrontare nel paese d'accoglienza, in particolare quelli a caratte­re socio-economico, ma, se guidata, può incidere sulle scelte e sulla qualità delle interazioni stesse.

Nella circolarità di rimandi tra il qui quotidiano e il laggiù i punti di riferi­mento forti si stemperano: l'attenzione non è puntata con nostalgia sul pas­sato in un confronto inevitabile, né su un futuro da costruire in funzione del passato (ritorno al paese d'origine, presente già nel progetto migratorio dei

Padri). I ragazzi di seconda generazione mostrano di avere gli strumenti concettuali adeguati per leggere la realtà che li circonda: aumentano perciò gli elementi che entrano nel confronto, rendendo più complesso il loro mondo interiore e le scelte per il futuro.

In questo contrasto tra un Qui e un Laggiù che si riflettono , la circolarità a livello linguistico traduce i giochi della memoria e dell’immaginario rivolti ad un altrove ed un lontano rispetto ai luoghi del presente, troviamo inoltre somiglianze interessanti con un altro tipo di vissuto migratorio, quello dei popoli nomadi.  Per i nomadi il migrare stesso dà senso al rapporto con la natura, gli uomini e gli animali: attraverso la poesia orale, poi codificata in testi scritti, scopriamo punti di riferimento diversi, le­gati al presente immediato, dal quale prende avvio l'evocazione del percorso già fatto. Così nelle Mu'Allaqat arabe preislamiche il sentimento del poeta, portavoce di tutto il gruppo, pervade ogni dettaglio. I fili d'erba assumono di­mensioni dilatate:

Intanto che le foglie delle rughette si ergono, si riproducono

sui fianchi della valle le gazzelle e gli struzzi.

Labtd

Mentre si avvicinano, attraverso un linguaggio quotidiano, le cime degli albe­ri e le stelle:

O che notte, era come se le stelle

fossero fissate con legacci alla montagna di Yabdbul,

era come se le Pleiadi, immobili al loro posto,

fossero legate con corde di lino a solide rocce.

Imru'-Qays

Il nomade acuisce la ricettività alla significanza del mondo che lo circonda, e la trasforma in risonanza nelle sue parole. Il luogo vuoto dopo la partenza appare ancora altamente significante per i segni lasciati dalla passata frequenza, come se  la terra trattenesse dei tatuaggi perenni. Il disegno sulle dune dell’ accampamento lasciato resta indelebile nel ricordo del poeta, non cancellato neppure dallo scirocco e dalla tramontana.che lo hanno intessuto.

appare ancora altamente significante per i

Sono modalità descrittive che ritroviamo nelle espressioni di questi alunni, quando ricordano il paese d’origine:       di cor

quando ricordano il paese d'origine:

Il mio paese si chiama Bellosguardo. Quando chiudo gli occhi la prima cosa porsi i

che vedo sono le vecchie case che sono tutte vicine le une alle altre. pre h2

Laura- Y Ecublens

O quando descrivono la campagna coi nomi dei singoli tipi di alberi, o i per­corsi quotidiani:

Se chiudo gli occhi... vedo il mio nonno che lavora i campi, vedo gli alberi di fico, di noce, di cachi, di uva e di pere, ...vedo la mia zia e me che cogliamo i funghi.

Patrizia- I' Ecublens

La prima immagine che vedo di Bisaccia è una vigna con dell'uva nera. Vedo anche un asino con il pelo marrone, una vecchia casa in montagna, la piazza con il mercato...

Oliviero-2° Losanna

Sono più vicini ai nomadi nell'attenzione vigile ai dettagli, nel riconoscere importanza soprattutto alle relazioni, quelle che intessono nella vita quoti­diana, senza perdere quelle già acquisite e consolidate dalla affettività.

il viale... è una cosa sacra perché è lì che tutti i giovani vanno a passeggiare la sera. L.] Vedo il mare e tutti gli amici al bar che stanno giocando a carte, il mio cugino su la sua vespa.

Teresa- Y Ecublens

Vedo un grande prato verde con degli alberi che si trova più in su di Venzo­ne. Dove io e mia cugina andiamo a giocare.

Katia- Y Ecublens

D’altra parte la mancanza di punti di riferimento precisi, rilevata nei primi testi citati dei ragazzi, è una affermazione implicita dell’esigenza di avere punti di riferimento chiari, per sentirsi partecipi di un contesto in cui le azio­ni individuali acquistano un valore attraverso il senso condiviso. Quel sentir­si perduti, che è spaziale e insieme relazionale, corrisponde all’esigenza di sa­pere dove si sta e dove si vuole andare, riconoscendo i luoghi fatti propri, do­ve il dare e il ricevere rispondono ad un principio che va oltre la tolleranza e  stessa solidarietà: è l’accoglienza. Accogliere vuol dire infatti condividere lo spazio ed accettare chi entra per quello che è.

Alla ricerca di una territorializzazione: l’esigenza di lasciare tracce

Un ultimo aspetto su cui riflettere a proposito del tema dominante del lavo­ro, delle effettive possibilità che condizionano le scelte e generano inquietu­dine. Attraverso l’esperienza condivisa con questi ragazzi e quindi i loro di­scorsi, abbiamo colto il loro desiderio di essere protagonisti del processo per­sonale di costruzione dei rapporti col territorio, cioè di lasciare tracce di sé, della propria presenza, esperienza che forse non vedono realizzata dai padri nel presente, tutti presi per necessità a quel mangiare lavorare dormire in fun­zione di una traccia di sé da lasciare laggiù e domani.

Questo voler lasciare tracce di sé, a ben riflettere, ci sembra la forma più alta di comunicazione, di manifestazione di sé, in quanto segno visibile del com­piacimento nell’esprimersi. Certo, si comunica per il fatto stesso di esistere, di mostrarsi ad un soggetto osservante, ma il compiacimento si realizza nel porsi con una modalità attiva rispetto l’alterità, lasciando tracce che da sempre hanno costituito l’espressione del piacere di vivere e il desiderio di prolungare la vita stessa: le scoperte, le idee. L’amore e la procreazione, ogni espressione del lavoro e dell’arte, fino ai monumenti celebrativi di un potere che vuole perpetuarsi nel tempo.

Ma già il ricordo di sé è segno di aver saputo comunicare in modo attivo, di avere lasciato una traccia, e poiché anche i luoghi e le cose comunicano, verificheremo quanto sia importante il ruolo della memoria nel vissuto di questi adolescenti, seppure con modalità peculiari rispetto alla prima generazione.

L’analisi dei bisogni, delle inquietudini per il futuro, dei giochi della memo­ria di questi adolescenti ci aiuta nello stesso tempo a capire meglio il dram­ma dell’emigrante di l’generazione, costretto ad un comunicare passivo, de­privato del compiacimento di lasciare tracce espressive di sé, fin tanto che non riesce ad integrarsi nel nuovo ambiente di vita, emarginato da quel pro­cesso di intersoggettività che costruisce la trama del fare collettivo del grup­po, dunque di quel relazionarsi reciproco che è invece presente, anche se a volte conflittuale, nella quotidianità complessa dei figli. Il migrante di P ge­nerazione si sente perso in questo altrove rispetto al luogo di partenza, che costituisce comunque per lui un punto di riferimento sicuro, anche se cam­bierà anch’esso attraverso le nuove esperienze di vita.

I.Calvino, nelle Città invisibili (1972), osserva infatti che «Il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva di avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posse­duti».

Ma il livello di consapevolezza di questo cambiamento spesso manca a chi emigra per necessità e non solo per curiosità di conoscenza, e rende più diffi­cili le interazioni, quindi l’accoglienza, come pure l’eventuale reintegrazione nel luogo d’origine.

Tutta la ricerca è per questo motivata dal desiderio di aumentare nei figli la consapevolezza della loro situazione, analizzandola attraverso le loro parole, appartenenti ad un italiano con influenze dialettali e interferenze francesi, specchio della complessità del loro vissuto.

In tempi di irrigidimento dei confini, della difesa dei particolarismi, forse per paura di non essere adeguatamente riconosciuti e rispettati, ci è parso utile il contributo di un progetto educativo che prende avvio dalla descrizio­ne di una mappa della loro territorialità, attraverso l’analisi delle pratiche quotidiane. Un progetto educativo che coinvolge anche i coetanei  autoctoni, in quanto spetta loro il compito non meno difficile di predisporsi ad accogliere, a condividere con questi adolescenti il loro spazio, convinti che ciò porterà ad un arricchimento reciproco.

Consideriamo l’esperienza di insegnamento agli adolescenti di 2a generazio­ne nel CV una lezione da meditare, affrontando con gli strumenti della ricer­ca scientifica la fase di descrizione, al fine di interpretare, per comprenderli, fatti e comportamenti, per una progettazione educativa coerente alla visione dell’uomo considerato nella sua globalità di psiche-corpo, e nella realtà com­plessa in cui vive.

Il titolo : Ici en Suisse… laggiù

Abbiamo scelto come titolo della ricerca due piccoli frammenti di frasi, ri­correnti nel linguaggio quotidiano condiviso con questi adolescenti, perché ci sembrano simbolizzare il concetto-guida della ricerca stessa, cioè la stretta relazione tra linguaggio e realtà vissuta sul territorio.

Sono parole che indicano, denominano degli spazi che, in virtù della loro de­nominazione, acquistano una realtà, che è soggettiva e intersoggettiva, in quanto comunicabile (Berger e Luckmann 1969). Le diverse modalità di no­minare il paese d’origine e i luoghi della quotidianità rivelano come la realtà viene esperita, vissuta (Copeta 1993).

Se è vero che si vede con gli occhi del corpo ed insieme con quelli della men­te, e che il vedere è in funzione delle nostre esperienze precedenti, come ci fa osservare M. Ponty (1979), il Laggiù connota una realtà diversa dall’Ici, en Suisse, o Ici à Ecublens, aldilà dell’uso di un codice diverso, quasi che i luo­ghi, attraverso la parola, si rivestano di quell’affettività che accompagna la conoscenza umana, anche quando apparentemente non emerge.

I discorsi riportati dai ragazzi, i nostri dialoghi, disegnano paesaggi del pre­sente e della memoria, rappresentazioni soggettive ma nutrite dalle relazioni di ognuno con gli elementi fisici di quel luogo, con le persone, e pertanto frutto di quell’intersoggettività che dà significato all’esperienza e connota an­che un tempo intersoggettivo, cioè un divenire che è un andare verso, ma so­prattutto un andare con, che presuppone cioè la categoria della relazione con le cose e le persone (Dallari, 1983).

I brevi scritti sulle vacanze ideali assumo­no invece il carattere del sogno ad occhi aperti, della fantasticheria, di quella che G. Bachelard chiama réverie, la quale rappresenta il recupero del tempo soggettivo (Dallari, 1990, pp. 97-102). Anch’esso «ha bisogno di materiali, se non di contenuti, desunti dal suo essere nel mondo, dal ricordo dei rapporti con le persone e con le cose», ma in esso si introduce la capacità- possibilità di « determinare l’uso del tempo come operazione di libertà (assenza di condizionamento della relazione contingente) di combinare questi mate­riali come viene suggerito da pulsioni del tutto interiori» (Dallari, o.c. p. 98). L’analisi di questi discorsi, semantica nella prima fase, ha permesso di acqui­sire informazioni preziose sulle pratiche della vita quotidiana del nostro campione, ma lungo il percorso della ricerca ci ha reso consapevoli dell’im­portanza di certe marche formali, che diventavano tracce delle operazioni in­teriori del soggetto, legate ai comportamenti assunti nella realtà. Abbiamo allora allargato il campo d’indagine alle interazioni verbali: l’approccio enun­ciativo ha permesso di evidenziare, attraverso il gioco dello scambio, alcune marche formali e tratti prosodici (pause, interiezioni, cambiamenti di tono e intensità) indici di determinati atteggiamenti affettivi verso il territorio quo­tidiano e quello del laggiù. Abbiamo anche sottolineato le strategie dei coe­nunciatori, nel nostro caso l’allievo e io stessa, per realizzare la co-costruzio­ne del discorso.

Pertanto l’analisi linguistica ha acquisito via via un valore funzionale alla ve­rifica delle ipotesi di base, ma ancora più, si è rivelata essa stessa uno stimo­lo per formulare altre ipotesi.

Un prolungamento didattico

Questo lavoro di ricerca è divenuto parte integrante di un progetto educativo, che ha l’obiettivo di facilitare la consapevolezza della propria realtà personale, attraverso la rielaborazione, mediante la paro­la, delle proprie esperienze.

Per questo è significativo anche l’elemento della réverie, della “Immagine so­gnante”, che in alcuni ha preso i connotati di un vero e proprio tempo oniri­co, quindi di un tempo “oggettivo”, proprio perché permette di “pensare in maniera sintetica, analitica, trasversale, magica, la propria vita” (Dallari, ibi­dem), e quindi offre lo spazio alla progettualità, fa cogliere gli intimi desideri e dunque da una significazione maggiore alla vita stessa, in un certo senso una nuova energia. Nella rielaborazione di queste réveries e nei caratteri di­versificati che esse presentano tra ragazzi italiani e svizzeri,  si verifica infatti  quanto in certi vissuti si infiltrino

drammaticamente certe -mancanze di -che caratterizzano la vita quotidiana.

E stato necessario analizzare prima  le conseguenze del fenomeno migratorio sul tessuto relazionale , scegliendo dei concetti strutturanti nella vasta letteratura sull’argomento, per comprendere meglio la specificità della seconda generazione e le variabili che concorrono a disegnarne la complessità., attraverso una osservazione partecipante durante la pratica didattica.

Obiettivo è la comprensione del rapporto esistente tra il vissuto, espresso da questi ado­lescenti (il campione è costituito dagli allievi dei corsi di lingua e letteratura italiana dalla VI alla IX o altri indirizzi per pari età durante quattro anni scolasti­ci e un successivo campione di controllo) e il loro territorio di vita, che è duplice, quello del paese d’accoglienza, e quello del loro immaginario quotidiano, anch’esso espressione del loro rap­porto con l’esteriorità (luoghi del “qui” e del “laggiù”) e l’alterità( famiglia, coetanei italiani e non, gli adulti dell’extra-scuola).

Il lavoro nel suo insieme si fonda su un’ipotesi di ricerca, per la quale il con­testo linguistico permette, attraverso l’analisi delle tracce formali presenti nel linguaggio, unitamente ai tratti prosodici nei dialoghi orali, di cogliere le difficoltà e le con­traddizioni comportamentali che contraddistinguono il processo di socializ­zazione e di territorializzazione di questi adolescenti.

Questa ipotesi, di un legame basilare tra linguaggio e comportamento sociale, si prolunga natural­mente nel campo della didattica, attraverso l’idea che la valorizzazione della lingua materna insieme allo studio di quella della regione di accoglienza, co­stituisce la prima tappa di una integrazione sociale effettiva.

La scelta di un approccio fenomenologico, a livello di concettualizzazione, e partecipante a livello operativo, privilegiando in entrambi una visione olisti­ca, cioè globale dell’uomo, conduce ad una riformulazione del mondo relazionale e del suo ruolo nella formazione dell’identità, che pone  i differenti piani dell’esistenza in una prospettiva di reciprocità, per cui la di­mensione onirica dell’immaginario assume un valore positivo, insieme alla considerazione della corporeità, all’interno delle pratiche concrete spazio-temporali e dei rapporti sociali. Questo tipo di approccio ci sembra  suscettibile ad apportare  conoscenze nuove e  risultati forse inattesi.

Le riflessioni degli ultimi capitoli ci aprono ad una prospettiva pragmatica di una educazione nuova, fondata sul­la comprensione della diversità, come elemento fondante della vita stessa, e della sua accettazione.

Questo itinerario educativo può dare ai giovani gli strumenti adeguati per confrontarsi con gli altri in un dialogo paritario, senza pregiudizi, attraverso un lavoro graduale ma continuo di presa di coscienza di sé, come unità di psiche-corpo, e del proprio contesto esistenziale: dove mi trovo e con chi, e dunque storico, per poter scegliere quale direzione prendere: dove io voglio andare

Da queste riflessioni nasce anche  una visione nuova della Geografia, che dovrebbe acquisire il ruolo di disciplina di base, perché offre gli stru­menti concettuali per esistere e fare progetti, attraverso la presa di coscienza del binomio uomo-ambiente.

El Nacimiento de la Subjetividad

Notas acerca de Trapos y quimeras. Improvisación para encontrarse.

(Versione Spagnola)

di Héctor Becerra

En la escena aparecen dos personajes, uno frente al otro, están como abrazados, además de amarrados con vendas. Dice el subtítulo de la puesta: “Improvisación para encontrarse”. ¿Qué nos sugieren los autores con lo de “encontrarse”? Porque de acuerdo a lo que estamos viendo los actores se muestran juntos, de donde deducimos que ya se han encontrado. ¿Y qué tendremos que entender con aquello de “improvisación?

Esperamos que los personajes se dirijan y nos dirijan la palabra; pero son los cuerpos de los actores los que parecen adueñarse de la escena. Los personajes…, ¿quienes son los personajes? Porque no sólo no contamos con el parlamento;  además no terminamos de saber quienes son. ¿Será que en una “improvisación” los actores no llegan a encarnar personajes?

En principio, la escena que presenciamos tiene muy poco que ver con lo que estamos acostumbrados a ver en el teatro actual. En Premisas para caer hacia arriba María Listur nos avisaba que pretendía narrar ”con todas las posibilidades que nos provoca la creatividad”. Decía también: “Para seguir investigando el lugar de la representación”.1

A finales del siglo XIX la aparición de un poeta francés como Arthur Rimbaud (1854-1891) produce una revolución de los lenguajes literarios, su exploración del inconsciente y la experimentación con el ritmo y las palabras, que utiliza por su valor evocativo, marcan la senda de un movimiento que se conoce como simbolista.

Con respecto a la pintura podemos decir  que la obra Vincent van Gogh (1853-1890) es considera un antecedente del expresionismo, movimiento artístico desarrollado en Alemania entre 1905 y 1925, como reacción ante el impresionismo y el positivismo de finales del siglo XIX. La obra de arte ya no representaba la realidad objetiva, sino el sentimiento interior del artista, su estado emocional y su visión del entorno.

La coincidencia de las fechas de nacimiento y muerte de Rimbaud y van Gogh son tan impactantes como la actitud crítica que tuvieron, la cual favoreció la trasgresión de los cánones establecidos acerca de lo que conocemos por representación. Esta revolución de los lenguajes literario y plástico parece haberse producido e incluso consolidado antes que el del medio teatral, cuyo funcionamiento –basado principalmente en la comunicación- parece dificultar la apertura a nuevas prácticas. ¿Estaremos ante una de esas nuevas prácticas? De allí el desconcierto que nos embargaba en el comienzo de Trapos y quimeras.

Dice Oscar Cornago que la relación entre la palabra y la escena se ha convertido en uno de los ejes más controvertidos en la discusión que se lleva a cabo para lograr una renovación teatral que intenta reaccionar contra las estrategias de poder sostenidas por los sistemas hegemónicos de representación basados en la palabra y la imagen.2

Podríamos suponer entonces que los autores de Trapos y quimeras no parecen dispuestos a que el texto dramático nos llegue a través de la palabra de los personajes. La palabra cederá –tal vez- su lugar preponderante a lo que sucede en las tablas. También la música se va apoderando de la escena.

Uno de los motivos por los cuales la palabra puede llegar a convertirse en estrategia de poder es por la violencia que toda interpretación conlleva. Comencemos por la interpretación que un autor hace de su texto. Porque lo quiera o no en el momento de la creación el autor escribe, dramatiza, para otro; aunque ese otro sea producto de su mismidad. De allí que el autor es, mal que le pese, el primer interlocutor de su obra. ¿Cómo traslada esta cuestión al momento de hacer público el texto?

Un autor puede aspirar que su texto dramático funcione como unidad y como totalidad, que tenga un desarrollo claro y transparente, un mensaje manifiesto, etc. Todo eso le dará al espectador una cierta tranquilidad y seguridad acerca de lo que ha presenciado, sucede que en este punto el espectador se torna un observador no participante y queda ciertamente por fuera de cualquier posibilidad de realizar lo que se llama comúnmente una lectura entrelíneas.

La obra significa lo que el autor pretende, exige; por supuesto que el autor hará extensiva esa pretensión y esa exigencia a su eventual espectador, que de esa manera se verá excluido de realizar algún aporte a lo que podríamos denominar el sentido de la obra, he aquí la violencia de la interpretación.3

Si decimos que los autores de Trapos y quimeras llaman a silencio a sus personajes será –tal vez- porque ello permitirá un espacio vacío de significación que luego podrá ser llenado por el significado que el espectador colocará allí. El silencio de los personajes son palabras que se dejan de pronunciar para que sea el espectador quien pueda verbalizarlas. La interpretación que el autor no realiza acerca de su propia obra es puesta a disposición del espectador, el espectador puede aceptar el convite y realizar la suya.

Aunque parezca obvio decirlo es preciso consignar que la interpretación que el espectador realiza puede diferir –a veces sustancialmente- del sentido que el autor pensó en el momento de la creación; pero un verdadero creador “sabe” que su producción está abierta a múltiples sentidos, de allí la diferencia que Roland Barthes establece entre texto y obra, él dice que ésta última pretende cerrarse sobre un significado; el texto, por el contrario, practica un retroceso infinito del significado.4

Hablamos de dos personajes que estaban amarrados por vendas; ahora suponemos que debajo de las vendas bien podríamos encontrarnos con un hermafrodito, según la mitología griega, un joven transformado por los dioses en un ser mitad hombre y mitad mujer, después de que una ninfa, cuyo amor había rechazado, imploró estar unida para siempre con él.

Estamos acostumbrados a pensar que cada uno de nosotros ha nacido como individuo por derecho propio; sin embargo, los psicoanalistas sostienen que en el inicio de la vida el sujeto depende sustancialmente de un Otro que lo asista y por eso hablan del niño y de su madre como una díada.5

La criatura humana parece prematura por el estado de indefensión en que nace, de allí que el hijo sienta a su madre como una prolongación de sí mismo. Y la madre percibe su castración simbólica como frustración y entonces supone imaginariamente que puede ser compensada con el nacimiento de su hijo. El hijo que ha salido de sus entrañas viene a compensarla de su falta en ser.6

Ahora, el hermafrodito, la díada, empieza a girar y gira y se mueve en lo que podríamos llamar el espacio del escenario, espacio que también en este caso adolece de límites precisos. Tal vez no resulte casual que los autores hayan elegido para la puesta en escena este lugar del Centro Cultural Recoleta que supo ser una capilla en la época que aquí funcionaba un hogar de ancianos.

En la otrora capilla resuenan ahora lo que parecen grabaciones telefónicas con voces de amigos y familiares que hacen llamados de larga distancia y al no encontrar a la persona que buscan dejan mensajes que hablan de los afectos, que dan testimonio de con cuánto dolor se vive la distancia que los separa de esos seres queridos.

El hermafrodito va girando lentamente y algunas vendas empiezan a caer; sin embargo, resulta evidente que nunca podrá completar sólo tamaña tarea. Unos asistentes acercan las vendas y las colocan en manos de los espectadores que comienzan a tirar de ellas.

A través del trabajo con las vendas se busca el acercamiento de la escena al espectador y el espectador, a pesar de cierto grado de desconcierto y de incomprensión, responde sensorialmente y se identifica con los personajes prestando su ayuda. La línea divisoria que separa el escenario de la platea se torna imperceptible y si tuviéramos que pensar en una nueva descripción de la espacialidad recurriríamos a una cinta de Moebius.

La criatura nace como díada y allí encuentra la satisfacción que el Otro le aporta.  El deseo que se colma bien puede significar el fin del deseo, de allí que la criatura dará un paso más en la búsqueda de la subjetividad y a pesar de lo temprano del  desarrollo consignamos que la búsqueda del deseo es una opción, de allí que la locura y la muerte aparecen como alternativas y no sólo como accidentes.

Llega un momento en que el amor de la ninfa puede llegar a resultar “algo cansador”, de allí que el hermafrodito trata de escindirse, la díada trata de separarse. Las vendas que caen al suelo son un testimonio de que la subjetividad es un proceso. Las vendas caídas se tornan trapos. Los trapos son lo que resta de la operación de separación del hermafrodito y de la díada. Esos trapos son restos; paradójicamente también son causa de deseo.7

Seguimos escuchando los mensajes telefónicos que hablan del dolor de la lejanía, ellos entran en tensión con lo que observamos ya que vemos un intento de los personajes de alejarse uno del otro. Los autores de Trapos y quimeras construyen un sistema de tensiones que funcionan por contraste y por complementariedad. Esa lejanía que tanto angustia es la distancia que nos otorga alguna identidad. La quimera es suponer que podríamos vivir sin distancias, sin tener que separarnos.

Volvamos a la escena porque las vendas no se dejan sencillamente, ellas son el símbolo equívoco de la omnipotencia y la inmortalidad. Allí vemos el dolor del personaje “femenino” que gira y gira dejándose llevar mansamente por aquellos espectadores devenidos imperceptiblemente actores, que desde el marco de la escena tiran y tiran personificando la función paterna que consiste en desenvolver, en separar.  El dolor del personaje “femenino” nos permite evaluar toda la potencia expresiva de la actriz.

En la escena observamos también la resistencia del personaje “masculino” que no se deja desenvolver tan fácilmente. El actor tira de la venda como si aspirara a seguir siendo un hermafrodito, como si renegara de la posibilidad de quedar en falta. El personaje “masculino” se resiste a perder sus envolturas; pero, al fin, cede; como si cediera a la opción de la vida y del deseo.

La ruptura de la díada, la separación del hermafrodito, es vivida con dolor; pero ese dolor es también el signo irrefutable de que la criatura humana ha hecho su ingreso a la “normalidad”, a la realidad cotidiana, al mundo de los semejantes.

Mucho se ha hablado del trauma de nacimiento, el trauma del sujeto es que no nace individuo, la individuación es un complejo proceso que se vive con dolor, con resistencia y en el momento que se accede a ella el sujeto decide que todos los momentos descriptos deben ser enterrados en la memoria junto a sus más angustiantes pesadillas.

Trapos y quimeras parece haber logrado escenificar un momento que forma parte de lo que –en rigor- podríamos llamar la prehistoria del sujeto. Claro que estas ideas no pretenden una exégesis de lo visto, de allí que como sosteníamos más arriba no agotan los múltiples sentidos propios de cualquier creación.

Dice Oscar Cartago que se puede definir el teatro posdramático como un tipo de práctica escénica cuyo resultado y proceso de construcción ya no está previsto ni contenido en el texto dramático.8 La imposibilidad de prever un resultado hizo que los autores nos presentaran la obra como “improvisación”; pero, además, la renuncia a la palabra tal como se la utiliza en el lenguaje teatral; la tensión que se establece entre el lenguaje corporal y el lenguaje que surge de los mensajes telefónicos; el vacío de sentido que funciona como incitación a la interpretación del espectador; el borramiento de los límites entre el escenario y la platea, o entre la escena y los espectadores y algún otro ítem que escapa a mi juicio hablan no se si de teatro posdramático; pero sí de un intento de cuestionamiento de los lenguajes de dominación, de experimentación de nuevos códigos comunicacionales, un intento de llevar adelante -como dice Fernando de Toro en Trapos, quimeras y los puentes del Otro- una experiencia irrepetible.9

Bibliografía

1 Tríptico utilizado para presentar la obra.

2 Oscar Cornago: Teatro posdramático: Las resistencias de la representación en Jorge Dubatti, compilador. Escritos sobre teatro (I) Teatro y cultura viviente: Poéticas, política e historicidad, Editorial Nueva Generación, Buenos Aires, 2005.

3 Piera Castoriadis-Aulignier: La violencia de la interpretación. Del Pictograma al enunciado, Amorrortu editores, Buenos Aires, 2001.

4 Roland Barthes: ¿Por dónde empezar?, Tusquets editor, Barcelona, 1974.

5 René Spitz: El primer año de vida del niño, Fondo de cultura económica, Argentina, 1979.

6 Sigmund Freud: Nuevas lecciones introductorias al psicoanálisis. Lección XXXIII: La feminidad, en Obras completas, Biblioteca Nueva, España, 1973.

7 Jacques Lacan: Subversión del sujeto y dialéctica del deseo en el inconsciente freudiano en Escritos 1, Siglo XXI editores, México, 1981.

8 Cfr.2

9 Cfr.1

Dal Silenzio al Sintomo: il disagio esistenziale delle donne

(Versione Italiana)

di Laura Silvestri

Da: Voci dal Silenzio – Donne e Società nelle varie fasi di sviluppo. Venezia, Auditorium Santa Margherita, 20 ottobre 1999. Università Ca’ Foscari Venezia.

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Donne che si fanno male

Se è vero che nella nostra epoca postfemminista nulla è vietato alle donne e che, come ci fa credere la cultura delle pari opportunità, esse possono competere liberamente per la ricchezza, il prestigio sociale e il potere, appropriandosi dei diritti e delle prerogative maschili, c’è da chiedersi perché ogni giorno di più aumenta il numero di quelle che consumano la loro vita nell’ossessiva preoccupazione per il cibo. (Continua a leggere…)



















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